Gli incunaboli, questi sconosciuti

Come abbiamo già scritto altrove in questo stesso sito, Loquendo Librorum è nato con l’idea (la speranza, la velleità?) di offrire uno spazio comune di riflessione e di semplice scambio d’idee sul libro antico. Siamo consapevoli che l’argomento non è destinato a richiamare folle di contributori, ma crediamo al tempo stesso che qualche credito potrà riuscire a conquistarlo nel corso della vita che LL avrà.

Con questo spirito offriamo qui alla riflessione dei lettori uno spunto su una questione sulla quale abbiamo recentemente appuntato la nostra attenzione nel quotidiano lavoro in biblioteca, cioè quel particolare aspetto dell’universo libro antico che rivestono gli incunaboli, i primi libri stampati nello scorcio della fine del secolo XV (pensiamo qui di rivolgerci ad una utenza varia e quindi cerchiamo di non dare nulla per scontato, neanche quelle definizioni che, per essere ampiamente risapute, potrebbero addirittura rischiare di offendere: insomma, come ci insegnarono a scuola, facciamo conto che chi legge non sappia nulla, o poco, di ciò di cui stiamo parlando, quindi cercheremo di essere prodighi di informazioni ed esaustivi). Gli incunaboli, questi sconosciuti, si potrebbe dire. Eppure, quel che è certo è che l’informazione su un libro del Quattrocento non è una prerogativa esclusiva degli specialisti, dei bibliotecari o dei librai antiquari, anche se per gli uni e per gli altri un “qualsiasi” incunabolo rappresenta sicuramente motivo di interesse e di studio, di conoscenza, di un eccitato sfogliare (questi sono i bibliotecari) e finanche un oggetto di commercio (come ben sanno i librai antiquari, un incunabolo costa mediamente diverse migliaia di euro, e alcuni esemplari possono arrivare a costarne anche centinaia di migliaia). C’è insomma una, seppur minima, diffusa conoscenza degli incunaboli. Soprattutto perché si tratta per lo più di libri riccamente decorati, impreziositi da miniature che testimoniano al tempo stesso la cura e la devozione che erano proprie di uno stuolo di esperti (il tipografo, il miniaturista, il rubricista…) che impiegavano molto tempo nella confezione di un unico esemplare, cura e devozione che sono difficilmente riscontrabili nell’editoria moderna, se non forse in alcune rare eccezioni di libri d’arte che infatti hanno dei costi proibitivi.

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Libro d’ore del 1498 (Parigi, Philippe Pigouchet)

Questo per dire che anche al di là del suo contenuto, gli incunaboli sono degli oggetti belli da guardare, e per corroborare quanto stiamo scrivendo inseriamo qui a lato la scansione della prima carta di un incunabolo posseduto dalla Biblioteca di Montevergine (che ne autorizza la pubblicazione).

Si tratta di un libro d’ore del 1498, stampato a Parigi da Philippe Pigouchet. In bell’evidenza un uomo e una donna selvaggi, che rappresentano la marca attribuita con certezza al famoso tipografo parigino, conosciuto, come scrive l’Enciclopedia Treccani, «per essere tra i primi e più noti stampatori di libri d’ore». Tuttavia la marca standard reca nello scudo le iniziali di Pigouchet, “PP”, che nell’esemplare “personalizzato” di Montevergine sono state coperte da uno scudo nobiliare, la cui essenzialità suggerisce che possa trattarsi di una famiglia molto antica che, per avere autentici quarti di nobiltà, non aveva bisogno di esibire armi o insegne per distinguersi in quella che sarà poi la pletora di baroni, conti, marchesi, principi… Un altro esemplare dell’incunabolo è presente nella collezione Rosenwald della Library of Congress, e reca anch’esso sul frontespizio uno stemma, senza le iniziali “PP”, su fondo blu.

Come si vede, basta navigare in rete per imbattersi, anche per caso, in splendide digitalizzazioni di libri meravigliosi. Diversi sono infatti i progetti nazionali di digitalizzazione del patrimonio posseduto dalle biblioteche, che peraltro spesso ci tengono a esibire i loro tesori (in copie digitali, s’intende) anche indipendentemente da progetti di più ampio respiro. In Italia la digitalizzazione del patrimonio archivistico e librario (che si inserisce nei più vasti progetti governativi di dematerializzazione) è a un livello molto avanzato, tanto che ci sarebbe da obiettare che forse potrebbe anche avviarsi a conclusione perché nel frattempo non si sono proporzionalmente dedicate adeguate risorse alla catalogazione e all’incremento dei cataloghi (ma si tratta di un’altra questione che ci riserviamo di affrontare da queste stesse colonne prossimamente).

Tuttavia, anche per restare parzialmente in tema, notiamo come paradossalmente l’informazione sugli incunaboli se presenta qualche carenza non è dal punto di vista iconografico, ché le riproduzioni tratte da preziosi libri illustrati vengono utilizzate nei contesti più vari, talvolta anche abusivamente, ma proprio nel settore dal quale sarebbe lecito aspettarsi una copertura più diffusa, cioè i cataloghi.

Facendo delle ricerche anche non approfondite ci si accorge che i cataloghi degli incunaboli sembrano delle pubblicazioni per specialisti, ricche di informazioni dettagliate di non immediata e semplice lettura, o appaiono invece come un semplice elenco, decisamente insufficiente anche solo a farsi un’idea coerente della complessità e della bellezza proprie dei libri del Quattrocento.

Questo perché –crediamo- sembra non esistano ancora norme univoche, i cosiddetti standard  di catalogazione che per altri settori sono ormai consolidati. Si pensi ad esempio a ISTC (Incunabula Short Title Catalogue) tenuto dalla British Library fin dal 1980, un preziosissimo catalogo che ha il vantaggio non da poco di poter essere consultato on line, che è addirittura una sorta di meta catalogo, in quanto raccoglie i repertori nazionali in un contenitore unico a livello veramente internazionale di incunaboli posseduti non soltanto da biblioteche: qui le descrizioni sono davvero essenziali (si guardi ad esempio la scheda del Pigouchet di cui abbiamo scritto sopra), perché evidentemente il lavoro veramente titanico è consistito nel censimento degli incunaboli (soprattutto con l’indicazione delle localizzazioni che ci dice quante copie esistono di quell’esemplare). Quindi, guai se non ci fosse ISTC, e perciò lunga vita a ISTC! Tuttavia resta il dato un po’ “scarno” della descrizione. D’altra parte, schede redatte nel passato e semplicemente trasferite nei cataloghi on line delle varie biblioteche presentano anch’esse tutto sommato una povertà di dati. Anche qui si può consultare il catalogo di alcune grandi biblioteche del mondo, tra tutte a mo’ di esempio la Biblioteca di Francia e la Library of Congress di Washington. La questione non deve sembrare, come potrebbe, di interesse esclusivo dei bibliotecari, perché una scheda più ricca di informazioni risulta più appagante anche per gli utenti. In Italia la comunità dei bibliotecari può disporre di un applicativo informatico di altissimo livello, cioè SBN (Servizio Bibliotecario Nazionale) il cui trentennale è stato qualche giorno fa celebrato con un convegno presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. SBN è talmente sofisticato che è pronto per ricevere la descrizione di qualsiasi tipo di documento (monografie, periodici, spartiti musicali, libri antichi, materiale non librario…) e finanche le digitalizzazioni di tali documenti (qui un esempio della Regula di San Benedetto), mentre deve ancora stabilizzarsi uno standard teorico per la descrizione di alcune tipologie di documenti, tra cui gli incunaboli. Questo non significa tuttavia che le biblioteche non stiano immettendo in rete le notizie dei propri libri del XV secolo. Anzi, magari a rischio di fare qualche lieve forzatura, cresce sempre di più il numero di queste notizie che si trovano nei cataloghi online, alcune delle quali appaiono già a vista d’occhio “fatte bene”, altre un po’ meno, ma comunque noi riteniamo che un numero sempre maggiore di notizie che si possano riscontrare facilmente in rete sia di grande aiuto al lavoro di definizione delle regole di catalogazione, anche degli incunaboli. Per quanto, anche la più chiara delle norme, messa poi alla prova sul campo, è destinata a ingenerare tali e tanti dubbi da minare le certezze del più rigoroso dei bibliotecari…

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